Migrare. Dall’Asia Meridionale alla Carnia, dalla Carnia al mondo

di mapoitorno

Quando incontrai per la prima volta il Comitato, la parola che ricorse molto spesso nella nostra conversazione era ‘paura’. “Come si fa a vincere la paura?”, mi chiese uno di loro. Dentro di me sorrisi. Mentre mi parlavano, ripercorrevo mentalmente i volti che avevo osservato per un’intera notte di ritardi all’aeroporo di Dubai. Erano occhi che mi chiedevano ragione della mia presenza tra loro. Forse mi chiedevano ragione pure della paura che probabilmente era stampata a chiare lettere sul mio volto. Perche’ si’ – permettetemi il francesismo – me la stavo facendo sotto. Continuavo ad osservare il mio biglietto. La paura che il sogno di luoghi lungamenti immaginati si rivelasse una delusione, si mescolava con la paura che quei luoghi corrispondevano a quello che le cronache definivano il posto piu’ pericoloso del mondo. Il biglietto era un biglietto per Lahore. Era il 2010 e, per la prima volta, sarei atterrata in Pakistan. Non sapevo ancora che quelle paure si sarebbero rivelate del tutto infondate. Non sapevo ancora che sarebbero stati loro, i pakistani, a prendermi per mano – alle volte letteralmente – e ad aiutarmi a non avere paura. A Dubai, pensai che se avessimo vinto il terribile gioco delle apparenze, le mie paure e la nostra reciproca diffidenza sarebbero scomparse. In quei pochi metri cio’ che ci univa era di gran lunga superiore di cio’ che ci divideva. Loro, i pakistani in attesa di tornare a casa, erano i volti dell’emigrazione – la diaspora – dei pakistani in Medio Oriente. Io, a mia volta, appartenevo alla seconda generazione dell’emigrazione – diaspora, anche nel nostro caso – dei friulani per il mondo.

Sono nipote di emigranti, da entrambi i lati. Sulla ginocchia di Esterino, il nonno che ho conosciuto, ho ascoltato storie di lavoro, di distanza e di sofferenza. Ho ascoltato anche molti silenzi, che ho imparato a rispettare. La sua era una di quelle storie che sono sfuggite alla grande storia. Non per questo e’ meno importante. Da storica, credo che la sommatoria delle nostre storie individuali plasmi i grandi eventi e mutamenti sociali. Diventando adulta, ho capito che quei racconti – forse un po’ duri per una bambina – e quegli enigmatici silenzi servivano a tramandare delle esperienze che mai si sarebbero dovute ripetere. Perche’ a questo serve la memoria. La memoria non e’ solo autocelebrazione. La memoria e’ lezione di vita. Sono nipote di emigranti, diventata a mia volta emigrante. Sono emigrata nelle aree da cui provengono questi ragazzi. So cosa c’e’ dall’altra parte, da cosa fuggono persone come quelle sedute in mezzo voi. Ho percorso le loro strade, sono entrata nelle loro case e mi sono seduta a tavola con loro. So come si viene trattati da stranieri in Pakistan. E non per averlo letto sui libri, in un post di Facebook o  dopo una ricerca su Google. Lo so perche’ ho vissuto in mezzo a loro e studio la loro societa’ con metodo scientifico. Non so cosa nonno Esterino avrebbe pensato di fronte a questo esodo. Sono pero’ convita che si sarebbe seduto e li avrebbe almeno ascoltati.

Quello che compiremo stasera e’ un viaggio all’interno delle emozioni, nostre e loro. La capacita’ di esprimerle, imparare a controllarle o di lasciarci andare ad esse ci rende persone ed umani. Non ripercorreremo – se non per ampi cenni – storicamente, sociologicamente le tappe dell’emigrazione friulana con minuzia di dettagli. Per quelle rimando alle monografie-denuncia di Gino di Caporiacco e agli approfonditi studi di Matteo Ermacora.

Sullo sfondo del tramonto del primo dopoguerra, si riflettevano i lineamenti di quei giovani e adolescenti carnici e friulani che, nell’inverno a cavallo tra il 1917-8, si sottrassero alla profuganza e lavorarono per le truppe americane e francesi. Uno di loro, Carissimo Ferro, racconta:

Si stava male. La notte doversi alzare e andare a nasconderci nel bosco. I tedeschi bombardavano perche’ vedevano che li’ si lavorava. Eravamo vicini al fronte, verso la Germania. Un freddo cane […] Si andava a dormire piangendo di fame. (Urli, 2003)

La paura dell’operario di Nogaredo riecheggia anche nei gesti di H. Il suo fronte e’ quello della Bajaur Agency, una delle regioni tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan. Assieme alla sua famiglia coltivava alcune delle proprieta’ che la sua famiglia affitta da un locale latifondista.

Nel villaggio in cui vivevo sentivo gli spari dei talebani tutto il giorno. Li sentivo fuori da casa mia, nella stanza in cui dormivo, li sentivo tutto il giorno tutti i giorni. I talebani erano dappertutto.

Pum, pum, pum, mima una pistola con la mano. Poi si batte la testa, nel tentativo di silenziare il ritmo di quei colpi che, molto probabilmente, non l’ha mai lasciato. Cosi’ come quel suo mal di testa che ne’ l’ibuprofene ne’ il paracetamolto sembrano riuscire a curare.

In Friuli, il primo dopoguerra segna anche l’inizio di un’emigrazione di massa, molto spesso clandestina. I carnici ed i friulani cercarono in tutte le maniere allargare le maglie dell’accordo Italia-Francia del 1919. Le clausole prevedevano il rilascio del passaporto da parte delle autorita’ italiane dietro la presentazione di un contratto di lavoro e del nulla osta consolare. Erano clausole percepite come rigide, troppo rigide. Richiedevano tempi lunghissimi. Chi, dopo la fine delle ostilita’, si trovo’ a non poter contare su un salario fisso le ritenne impossibili. Il congedo era sinonimo di disoccupazione e fame. Dalla Carnia e dal Canal del Ferro, molti partirono clandestinamente per la Francia via Germania, Belgio e Lussemburgo. Alcuni di loro affollarono i corridoi della Camera del Lavoro per chiedere agli impiegati di falsificare i documenti (di Caporiacco, 1967). ‘Loschi figuri’ – cosi’ li definivano le cronache del tempo – si aggiravano per le vie dei paesi vendendo falsi contratti di lavoro. Il costo della transazione variava tra le 100-200 lire, probabilmente gli unici risparmi rimasti a molti locali (di Caporiacco, 1967).

Il loro era un viaggio lungo e pericoloso. Esattamente come quello di molti pakistani e afghani. Molti partono senza dire nulla alle loro famiglie, dopo aver comprato il viaggio con probabile visto falso per l’Iran da coloro che, spesso e volentieri, sono come ‘sheikh sahid’, il nostro ‘signor Tal dei Tali’. E’ un nome facile da ricordare per i clienti e difficile da sovrapporre ad un volto per le autorita’. Sono i loschi figuri locali. Generalmente operano a cavallo tra legalita’ e illegalita’. Molto spesso hanno agenzie che si occupano di facilitare le pratiche consolari per l’ottenimento dei visti. Le citta’ pakistane ne sono piene. Le trovate ovunque: dal palazzo di lusso nei quartieri bene all’ufficio fatiscente negli slum. In alcuni casi, il mercato legale si affianca a quello – molto piu’ lucrativo – illegale. I prezzi delle pratiche variano a seconda del luogo di provenienza del ‘cliente’. La cifra si aggira attorno ai 5,000 euro. Una fortuna. I soldi vengono racimolati vendendo i pochi averi, contraendo debiti o attingendo ai risparmi della famiglia estesa. Due ragazzi che vedete qui provengono da quella che le autorita’ pakistane definiscono le capitali dei trafficanti umani: Gujranwala e Gujrat. Per loro trovare il loro ‘sheikh sahib’ e’ stato un gioco da ragazzi.

Del viaggio che li ha portati in Italia parlano poco. “Madam, Pakistan, Iran, Turkey, Greece, Bulgaria, Italia”. Uno di loro si e’ lasciato scappare di aver visto delle persone – dei suoi compagni di viaggio – morire in Iran. Nulla di piu’. La polizia di frontiera del Baluchistan stima che a Taftan, i posto di confine tra Iran e Pakistan, il numero di persone che attraversano giornalmente la frontiera oscilla tra 500 e 1,000. La maggior parte di loro ha un visto falso o lo fa clandistinamente. Di questi, molti non arriveranno mai a destinazione. Taftan e’ anche il luogo in cui, secondo A., ad alcuni di loro viene chiesto di strappare i documenti. Da li’ in poi, loro non sono nessuno. Non lo saranno mai piu’. A. mi racconta che nella Bajaur Agency i talebani hanno fatto saltare in aria quasi tutti gli uffici governativi, uffici anagrafe compresi. Non ci sono piu’ le pezze che giustificano la loro identita’. Se perdi i documenti, non c’e’ chi te ne rilasci uno nuovo. Le nostre nostre interazioni con lo Stato vengono quotidianamente mediate dalla carta. Come ci spieghera’ L. [emigrante friulana] e’ cio’ che rende visibili la nostra identita’ civiva e, quando si e’ all’estero, rende tangibile l’interesse che lo Stato dimostra nei nostri confronti.

[testimonianza di L.]

Il resto del viaggio che li porta in Italia rimane avvolto nel silenzio della paura. Le parole le ha trovate loro L., mentre mi descriveva il suo viaggio di 24 giorni che l’ha portata in Sud America.

[testimonianza di L.]

Pakistani ed afghani descrivono invece con minuzia di dettagli i motivi che li hanno spinto a partire.

Non e’ il desiderio di un migliore guadagno che li spinge a partire. – puntualizza Gino di Caporiacco, parlando della migrazione friulana del secondo dopoguerra – E’ la disperata volonta’ di sopravvivere che li ributta fuori dal Friuli, a cercare non la ricchezza ed il benessere: semplicemente quel minimo che che consenta loro di vivere. (di Caporiacco, 1967)

E’ la stessa disperata volonta’ che fa assemblare a pakistani ed afghani i loro pochi avere in uno zaino o una borsa di plastica e a partire.

Nel mio distretto, nelle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghanistan – mi racconta uno di loro cui ho chiesto di descrivere la quotidianita’ della sua cittadina – hai solo due opzioni: o lavori per il governo o ti arruoli tra i talebani. Se lavori per il governo sai che ti uccideranno i talebani. Se ti arruoli tra i talebani, ti uccidera’ il governo. La mia famiglia non e’ povera. Apparteniamo alla classe media. Mio fratello e’ avvocato

Da fiero pashtun, sta dicendo a me (e a tutti noi) che lui non ha bisogno della nostra carita’. Non e’ qui per questo.

Quando un talebano bussa alla tua porta di casa, sai che devi quello che ti chiede. Sai che se ti rifiuti di farlo, lui uccidera’ te e tutti i membri della tua famiglia. Mio fratello – gli fa eco un’altro – e’ un insegnante. I talebani gli hanno imposto di chiudere la sua scuola e l’hanno occupata.

Quando ci siamo incontrate, L. ha avuto un’intuizione che a me era sempre sfuggita. Anche noi, in Carnia, abbiamo vissuto – nel recente passato – storie di occupazione. Sappiamo quali sentimenti, quale rabbia e quale dolore si provano quando qualcuno entra con violenza tra le pareti della tua casa e ti fa sentire un ospite. Dovremmo riuscire a cogliere le parole di questi due richiedenti asilo con empatica immediatezza. Con tutti i distinguo del caso – sottolineo, con tutti i distinguo del caso -, gli stranieri che entrarono nelle nostre case battendo i pugni sulle nostre tavole e, alle volte, minacciandoci erano i cosacchi. L. mi raccontava che la sua famiglia fu costretta a liberare l’intera casa e a vivere in una stanza.

[testimonianza di L.]

Alle volte, dalle parti da cui provengono questi ragazzi, la minaccia proviene anche dalle istituzioni che, sulla carta, sono preposte a difenderti. La polizia pakistana ha poteri molto vasti e, a molti livelli, risponde a logiche clientelari. Chiunque nomini la polizia a chi non puo’ godere del supporto di conoscenze influenti all’interno della sua comunita’ di riferimento, si ritrovera’ a fare i conti con sguardi atterriti. Uno di loro, nel centro della regione del Punjab, ha dovuto fare i conti con questa ‘solitudine’ da padrini. Al confine della sua proprieta’, delle compagnie edilizie vicine all’esercito stanno costruendo un mega-progetto abitativo per la ricca borghesia locale. Sono dei pacchiani villaggi all’interno delle citta’ dotati di ogni comfort. I primi progetti sono comparsi a Lahore, Islamabad e Karachi. Ora stanno raggiungendo anche le maggiori citta’ del Punjab. Qualche volta andavo al cinema nell’omologa enclave di Lahore. La ricchezza – sfacciata ed esibita – si respirava nell’aria. Costruttori ed appaltatori appartengono alla crema del Pakistan e ai circoli politici piu’ influenti del paese. Da quello che ho capito, la famiglia di questo ragazzo ha osato resistere all’occupazione illegale di una parte dei terreni di loro proprieta’ e ha pagato. Racconta che la polizia l’ha minacciato. Lui si e’ impaurito ed e’ scappato.

La migrazione – ricorda la Mozione del Clero per lo Sviluppo del Friuli nel 1968 – compromette e dissolve la compagine familiare e costringe le promettenti forze giovanili in numero sempre crescente a cercarsi occupazione fuori dalla propria terra. (Mozione del Clero per lo Sviluppo del Friuli, 1968)

In altre parole, le migrazioni riscrivono le emozioni familiari, obbligano a ritracciare le geografie dei sentimenti e dell’intimita’ domestica. L. si e’ sposata per procura. Ieri, la zia di G. mi faceva l’elenco dei molti socchievini sposati con lo stesso rito. Molti dei pakistani che vedete qui vivono anch’essi dei matrimoni per procura. Sono sposati e hanno dei figli. Mentre mi parlavano, mi facevano vedere dei loro di figli. Uno di loro non li vedeva da 2 anni e non li sentiva da 3 mesi. La sua storia ricorda quella di O., un vostro compaesano che sicuramente conoscete. O. ha  costruito il mondo. L’ha davvero fatto nel senso piu’ letterale del termine. Mentre mi raccontava la sua vita, non credo di essere riuscita a nascondere la mia invidia. Ma non c’era meraviglia orientale o lavoro a regola d’arte che riuscisse a ripagarlo dell’amarezza provata alla necessita’ di esser dovuto partire nel giorno in cui nasceva uno dei suoi figli.

Facebook, quelle immagini di una bellissima bambina sorridente erano i soli mezzi che quel richiedente asilo aveva per assicurarsi che i suoi ricordi non fossero solo sogni. Sostituiscono quelle fotografie in bianco e nero di Prime Comunioni, Cresime e compleanni che molte donne carniche inviavano ai loro mariti in Francia, Germania o in Svizzera. L. mi raccontava cosa significasse ricevere quelle lettere dall’Italia nel lontano Sud America.

[testimonianza di L.]

Nei distretti pakistani al confine tra Pakistan ed Afghanistan, la posta non arriva quasi mai. Le torri delle compagnie telefoniche spesso vengono fatte saltare in aria dai talebani. Le fotografie di quella bambina vengono caricate dal fratello sul suo profilo quando questo raggiunge la cittadina piu’ vicina. In quel momento, furono soprattutto le sue lacrime a colpirmi. I pashtun sono noti  per la loro affiscinante abilita’ di nascondere la loro tenerezza dietro ad una maschera dura e feroce. Come ben riassume una poesia del santo sufi Amir Hamza Khan Shinwari

Davanti alla mia amata, ho abbassato gli occhi ma non la mia testa. Forse sono destinato a rimanere un afghano anche quando sono innamorato. (Shinwari, 2000. La traduzione dalla lingua originale e’ mia)

Ho incontrato molti pashtun. Uno di loro e’ una delle persone a me piu’ care. Non l’ho mai visto piangere, neppure davanti alla morte del padre. Davanti a me  – una straniera e una donna – e a degli sconosciuti, ora c’era un afghano di etnia pashtun che piangeva. Abbassava gli occhi ed il capo davanti alla sua incosolabile nostalgia e senso di perdita. Da Socchieve, arrivano per lui parole di speranza:

[testimonianza di L.]

Le storie di molte di loro – soprattutto di coloro che hanno lavorato per l’operazione militare ‘Enduring Freedom’ – ci inchiodano alle nostre responsabilita’:

[testimonianza di A., richiedente asilo afghano]

Le parole, le storie, il loro raccontarle sono parte integrante di ogni processo di integrazione. C’e’ chi si spinge oltre e argomenta che le parole, il discorrere, il come discorrere sono essenziali nell’evitare la radicalizzazione di quelli che il linguaggio burocratico definisce soggetti a rischio. L’ho dovuto imparare in fretta in un mite autunno del 2013. Nel campus in cui insegnavo a Lahore, l’antiterrorismo arresto’ 2 membri di al-Qaeda. Alcuni studenti avevano offerto loro ospitalita’ ed un posto – creduto sicuro – in cui operare. Gli studenti in questione non erano i miei, ma sapevo che avrebbero potuto diventarlo. I miei studenti li avrei incontrati il giorno successivo e sapevo che si sarebbero aspettatti delle risposte. Come se io stessa ne avessi avute, peraltro. Quando il terrorismo e l’islamismo entrano – seppure, come in questo caso, indirettamente – nella tua vita, avverti forte il senso della responsabilita’. E’ una sensazione soffocante. Affini la tua sensibilita. Nel caso di specie, divenni ingorda. Si’, ingorda delle loro storie. Volevo, dovevo sapere tutto. Ero la zia pettegola, insomma. Sapevo – perche’ lo sperimentavo tutti i giorni – che cio’ che spinge persone come noi ad abbracciare l’islamismo si gioca in spazi millimetrici. Soppesavo le loro aspettative e opportunita’. Le valutavo minuziosamente alla luce delle loro storie e delle loro capacita’. Eventuali rifiuti da cio’ che, a volte a ragione e molto spesso a torto, viene definito come l’altro segnavano dei punti a favore di chi vende l’islamismo come una forma di egalitarismo e di maggiori opportunita’ per tutti. Viviamo nell’epoca dell’individualizzazione della violenza terroristica. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare.

In Francia, pur essendo casa tua, era come se tu fossi in casa di un altro, ti dicevano caron d’Italie, tu viens manger notre pain e facevi finta di non aver sentito o cambiavi discorso, ma a che prezzo, racconta Bianca in Feminis pal mont. (Feminis pal mont. Storia di donne emigrate, 1990)

Ho ripensato a queste parole un martedi’ pomeriggio mentre scendevo la strada che da Lungis porta a Mediis. Un afghano ed un pakistano mi stavano raccontando del loro complicato rapporto con una persona che incontrano spesso. Mi raccontavano di come, ogni volta che li incontra, li apostrofi pensatamente.

Elisabeth, abbiamo almeno imparato una parola nuova: vaffanculo. Ma non lo dice a tutti. A me che sono bianco non lo dice mai. Lo dice solo alle persone di colore.

In quel momento, ho ripensato a Bianca e ai silenzi di nonno. Mi sono tornati in mente i volti di un paio di persone di colore che conosco. Sono italianissimi, nati in Italia da almeno un genitore italiano. Ho pensato a loro. E ho avuto paura, per loro e per noi. E mi sono posta la domanda che ora giro voi: cosa ho fatto io per non essere una di loro? Per non finire in uno dei viaggi della morte che li portano dall’Asia meridionale alla Carnia?  Nulla. Il caso, la fortuna, Dio, il karma o quello in cui credete mi ha semplicemente fatta nascere altrove.

Socchieve, 24 agosto 2016

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