Under threat

di mapoitorno

Under threat. Sotto minaccia. Cosi’ recitano oggi i giornali di mezzo mondo. Commentano la decisione del governo statunitense di evacuare il personale non necessario da Lahore. Dicono che e’ dovuto ad un riacutizzarsi delle ostilita’ con il vicino lungo la linea di controllo. Dicono che e’ la ormai nota minaccia terroristica. In questo momento, io sono a Lahore. Ho appena trascorso l’Eid con l’ennesima famiglia pakistana che ha deciso di adottarmi. E’ il corrispettivo del nostro Natale. Sapevano che sarei rimasta da sola nella mia stanza. Hanno deciso che io ero parte della famiglia. Commuovendomi.

Stamattina, mentre leggevo i giornali e la notizia faceva il giro del mondo, ho guardato fuori dalla finestradella mia camera. C’erano uomini, donne e bambini che si affrettavano a preparare le ultime cose, ospiti che arrivano – scommetto in ritardo! – a tavole imbandite, corriere stracolme che trasportavano ritardatari, adolescenti che si pavoneggiavano con le loro nuovissime shalwar kameez. Ad un certo punto, un carretto del gelato  ha annunciato la sua presenza con una nenia che mi ha ricordato la mia infanzia. Di li’ a poco mi sarei seduta a tavola con persone che conosco appena, ma che – per ragioni riconducibili alla estrema generosita’ di questo popolo – mi hanno fatto sentire meno sola e parte di una famiglia.

Io non lo so cosa voglia dire vivere sotto minaccia. Da quando sono qui, mi sono chiesta spesso quale sia la molla che spinge una persona a farsi e far saltare in aria decine di persone. Al di la’ di ogni studio psico-sociologico, intendo. Tu ti alzi un mattino e decidi della tua ed altrui vita. Perche’? Alle volte, li guardo come se il bicchiere fosse mezzo vuoto e avessi – mi si permetta il francesismo – una fottuta paura di vivere qui. Scruto gli occhi dei passanti nel tentativo di capire dove nasca quella rabbia cosi’ forte ed accecante da non capire che dell’esplosivo non e’ la soluzione ai problemi dell’umanita’. Anzi – e’ notizia di oggi – e’ sinomimo di ulteriore isolamento. Li osservo non osservata. E vedo persone normali. Forse il mio problema e’ che non ho paura di vivere di qui. Mi fido di chi mi sta accanto. Mi sento protetta. Qui mi sento al sicuro. Sto imparando a farmi rispettare. Credo che molto dipenda dal mio tentativo di adeguarmi – quanto piu’ possibile – alle loro regole scritte e non. “Ora sei una vera pakistana, una di noi”, mi ha detto una collega quando mi ha vista con la mia shalwar kameez. Do as Romans do, direbbero i britannici.

Oggi uno dei commensali mi ha confessato che a lui piacerebbe visitare Napoli, ma ha paura. Non e’ un posto sicuro, ha aggiunto. Improvvisamente ha completamente ribaltato l’intera prospettiva e svelato l’arcano. Lui – che stando ai giornali vive nel “paese piu’ pericoloso della terra” – ha paura di andare a Napoli. Il Pakistan per lui e’ casa. Lui qui si sente protetto, al sicuro. C’e’ la sua famiglia, ci sono tutti i suoi affetti. L’Italia e’ terra straniera, ignota. E ha paura.

Io non lo so cosa voglia dire vivere sotto minaccia. Oggi, mentre li osservavo chiacchierare rumorosamente e prendersi cura di me, mi sono sentita ‘a casa’. Mi sono sentita al sicuro. Fuori c’era una Lahore troppo calda per una passeggiata all’aria aperta. Ma era li’ con tutta la sua dirompente quotidianita’, immutabile nella sua bellezza e un po’ incurante delle ultime notizie. In fondo, l’Eid e la vita – quella vera – non potevano attendere.

Detto questo, sto bene. Non c’e’ veramente nulla di cui preoccuparsi. Davvero.

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