Il valore delle parole

di mapoitorno

Doha, Aeroporto. 19:50. Siamo tutti in fila in attesa dell’imbarco. “Scusa”, mi dice una bambina che mi ha appena pestato involontariamente un piede. Si chiama R. R. sta tornando in Pakistan per le vacanze estive. I suoi genitori la raggiungeranno a breve. “Parlo italiano, ma non sono italiana”, mi confessa. Mi sono chiesta cosa avessi io in piu’ rispetto a R. Sono nata in Italia. Parlo italiano. I miei genitori pagano regolarmente le tasse. Anche R. e’ nata in Italia. Parla italiano. Ed un buffissimo urdu misto a italiano. I suoi genitori hanno pagato e continuano regolarmente a pagare le tasse. Hanno pagato pure la mia istruzione. Pagano la pensione al babbo e lo stipendio alla sig.ra M. Si’, e’ vero, il babbo e la sig.ra M. sono italiani. Sono nata da genitori italiani. Per puro caso, ci terrei a precisare.

Lahore. 03:00. Attraverso nella notte  vie  che lentamente ricomincio a far mie. Penso che no, non si puo’ aver paura di vivere qui. Davanti a me persone, edifici e suoni mettono in scena l’affascinante e coinvolgente spettacolo della vita quotidiana. E io non posso ignorarlo. Perche’ e’ li’ davanti ai miei occhi. E chiuderli sarebbe un atto di vigliaccheria. Giovanni Falcone confesso’ a Marcelle Padovani che la cosa piu’ importante non era stabilire se uno avesse paura o meno. Era necessario imparare a convivere con la sua presenza senza lasciarsi condizionare da essa. Ho ripensato a quelle parole appena scesa dall’aereo, mentre il caldo mi toglieva il respiro senza pero’ privarmi di respirare nuovamente a pieni polmoni l’odore delle notti pakistane.

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In questo momento, vi scrivo direttamente dal mio ufficio. Mi fa un certo qual effetto dirlo. Ho un ufficio. Enorme, tra l’altro. Non credo neppure di meritarlo. Nel giro di una mezzora, si e’ popolato di una dozzina di persone che, in rapida successione, hanno installato una stampante, pulito rapidamente il tutto, assicurato che funzionasse la connessione internet e dotato il bagno di carta igienica (E vi assicuro che la carta igienica e’ stata un’aggiunta per cui ho ringraziato tutti i Santi del calendario. Uno ad uno). Tutto questo mentre – invano – tentavo di spiegare che non me ne frega nulla che mi chiamino Madam. Sono Liz. “Ok, Madam”, mi hanno risposto in coro. E’ una battaglia persa, me lo sento. Credo, inoltre, di essermi guadagnata quel 70% di caratteristiche che mi portera’ ad essere classificata come “assai strana”. Tengo la porta dell’ufficio aperta. Che’ mi mette l’ansia rimanere chiusa in una stanza senza vedere nessuno. Che’ – tutto sommato – sono qui per stare con loro. Cammino. Mi sposto a piedi per venire in ufficio. Sono 10 minuti. Ma, Madam, c’e’ l’autista. E vabbe’, nessuno e’ mai morto mentre si faceva i 10 minuti del tragitto casa-ufficio a piedi. Eppoi, incontro persone. Le osservo. Osservo non osservata quello che fanno. In macchina, non ne avrei il tempo.

Oggi mi sono seduta per la prima dall’altra parte della scrivania. E mi e’ presa un po’ l’ansia. L’ho fatto a poche ore dal discorso di Malala Yousafzai alle Nazione Unite. L’ho fatto nella sua terra. “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”, ha affermato. Lei, una piccola grande bambina di 16 anni, mi ha messa davanti alle mie responsabilita’. E l’ansia si e’ trasformata in paura di non essere all’altezza.

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