Ma poi torno

Migrare. Dall’Asia Meridionale alla Carnia, dalla Carnia al mondo

Quando incontrai per la prima volta il Comitato, la parola che ricorse molto spesso nella nostra conversazione era ‘paura’. “Come si fa a vincere la paura?”, mi chiese uno di loro. Dentro di me sorrisi. Mentre mi parlavano, ripercorrevo mentalmente i volti che avevo osservato per un’intera notte di ritardi all’aeroporo di Dubai. Erano occhi che mi chiedevano ragione della mia presenza tra loro. Forse mi chiedevano ragione pure della paura che probabilmente era stampata a chiare lettere sul mio volto. Perche’ si’ – permettetemi il francesismo – me la stavo facendo sotto. Continuavo ad osservare il mio biglietto. La paura che il sogno di luoghi lungamenti immaginati si rivelasse una delusione, si mescolava con la paura che quei luoghi corrispondevano a quello che le cronache definivano il posto piu’ pericoloso del mondo. Il biglietto era un biglietto per Lahore. Era il 2010 e, per la prima volta, sarei atterrata in Pakistan. Non sapevo ancora che quelle paure si sarebbero rivelate del tutto infondate. Non sapevo ancora che sarebbero stati loro, i pakistani, a prendermi per mano – alle volte letteralmente – e ad aiutarmi a non avere paura. A Dubai, pensai che se avessimo vinto il terribile gioco delle apparenze, le mie paure e la nostra reciproca diffidenza sarebbero scomparse. In quei pochi metri cio’ che ci univa era di gran lunga superiore di cio’ che ci divideva. Loro, i pakistani in attesa di tornare a casa, erano i volti dell’emigrazione – la diaspora – dei pakistani in Medio Oriente. Io, a mia volta, appartenevo alla seconda generazione dell’emigrazione – diaspora, anche nel nostro caso – dei friulani per il mondo.

Sono nipote di emigranti, da entrambi i lati. Sulla ginocchia di Esterino, il nonno che ho conosciuto, ho ascoltato storie di lavoro, di distanza e di sofferenza. Ho ascoltato anche molti silenzi, che ho imparato a rispettare. La sua era una di quelle storie che sono sfuggite alla grande storia. Non per questo e’ meno importante. Da storica, credo che la sommatoria delle nostre storie individuali plasmi i grandi eventi e mutamenti sociali. Diventando adulta, ho capito che quei racconti – forse un po’ duri per una bambina – e quegli enigmatici silenzi servivano a tramandare delle esperienze che mai si sarebbero dovute ripetere. Perche’ a questo serve la memoria. La memoria non e’ solo autocelebrazione. La memoria e’ lezione di vita. Sono nipote di emigranti, diventata a mia volta emigrante. Sono emigrata nelle aree da cui provengono questi ragazzi. So cosa c’e’ dall’altra parte, da cosa fuggono persone come quelle sedute in mezzo voi. Ho percorso le loro strade, sono entrata nelle loro case e mi sono seduta a tavola con loro. So come si viene trattati da stranieri in Pakistan. E non per averlo letto sui libri, in un post di Facebook o  dopo una ricerca su Google. Lo so perche’ ho vissuto in mezzo a loro e studio la loro societa’ con metodo scientifico. Non so cosa nonno Esterino avrebbe pensato di fronte a questo esodo. Sono pero’ convita che si sarebbe seduto e li avrebbe almeno ascoltati.

Quello che compiremo stasera e’ un viaggio all’interno delle emozioni, nostre e loro. La capacita’ di esprimerle, imparare a controllarle o di lasciarci andare ad esse ci rende persone ed umani. Non ripercorreremo – se non per ampi cenni – storicamente, sociologicamente le tappe dell’emigrazione friulana con minuzia di dettagli. Per quelle rimando alle monografie-denuncia di Gino di Caporiacco e agli approfonditi studi di Matteo Ermacora.

Sullo sfondo del tramonto del primo dopoguerra, si riflettevano i lineamenti di quei giovani e adolescenti carnici e friulani che, nell’inverno a cavallo tra il 1917-8, si sottrassero alla profuganza e lavorarono per le truppe americane e francesi. Uno di loro, Carissimo Ferro, racconta:

Si stava male. La notte doversi alzare e andare a nasconderci nel bosco. I tedeschi bombardavano perche’ vedevano che li’ si lavorava. Eravamo vicini al fronte, verso la Germania. Un freddo cane […] Si andava a dormire piangendo di fame. (Urli, 2003)

La paura dell’operario di Nogaredo riecheggia anche nei gesti di H. Il suo fronte e’ quello della Bajaur Agency, una delle regioni tribali al confine tra Pakistan e Afghanistan. Assieme alla sua famiglia coltivava alcune delle proprieta’ che la sua famiglia affitta da un locale latifondista.

Nel villaggio in cui vivevo sentivo gli spari dei talebani tutto il giorno. Li sentivo fuori da casa mia, nella stanza in cui dormivo, li sentivo tutto il giorno tutti i giorni. I talebani erano dappertutto.

Pum, pum, pum, mima una pistola con la mano. Poi si batte la testa, nel tentativo di silenziare il ritmo di quei colpi che, molto probabilmente, non l’ha mai lasciato. Cosi’ come quel suo mal di testa che ne’ l’ibuprofene ne’ il paracetamolto sembrano riuscire a curare.

In Friuli, il primo dopoguerra segna anche l’inizio di un’emigrazione di massa, molto spesso clandestina. I carnici ed i friulani cercarono in tutte le maniere allargare le maglie dell’accordo Italia-Francia del 1919. Le clausole prevedevano il rilascio del passaporto da parte delle autorita’ italiane dietro la presentazione di un contratto di lavoro e del nulla osta consolare. Erano clausole percepite come rigide, troppo rigide. Richiedevano tempi lunghissimi. Chi, dopo la fine delle ostilita’, si trovo’ a non poter contare su un salario fisso le ritenne impossibili. Il congedo era sinonimo di disoccupazione e fame. Dalla Carnia e dal Canal del Ferro, molti partirono clandestinamente per la Francia via Germania, Belgio e Lussemburgo. Alcuni di loro affollarono i corridoi della Camera del Lavoro per chiedere agli impiegati di falsificare i documenti (di Caporiacco, 1967). ‘Loschi figuri’ – cosi’ li definivano le cronache del tempo – si aggiravano per le vie dei paesi vendendo falsi contratti di lavoro. Il costo della transazione variava tra le 100-200 lire, probabilmente gli unici risparmi rimasti a molti locali (di Caporiacco, 1967).

Il loro era un viaggio lungo e pericoloso. Esattamente come quello di molti pakistani e afghani. Molti partono senza dire nulla alle loro famiglie, dopo aver comprato il viaggio con probabile visto falso per l’Iran da coloro che, spesso e volentieri, sono come ‘sheikh sahid’, il nostro ‘signor Tal dei Tali’. E’ un nome facile da ricordare per i clienti e difficile da sovrapporre ad un volto per le autorita’. Sono i loschi figuri locali. Generalmente operano a cavallo tra legalita’ e illegalita’. Molto spesso hanno agenzie che si occupano di facilitare le pratiche consolari per l’ottenimento dei visti. Le citta’ pakistane ne sono piene. Le trovate ovunque: dal palazzo di lusso nei quartieri bene all’ufficio fatiscente negli slum. In alcuni casi, il mercato legale si affianca a quello – molto piu’ lucrativo – illegale. I prezzi delle pratiche variano a seconda del luogo di provenienza del ‘cliente’. La cifra si aggira attorno ai 5,000 euro. Una fortuna. I soldi vengono racimolati vendendo i pochi averi, contraendo debiti o attingendo ai risparmi della famiglia estesa. Due ragazzi che vedete qui provengono da quella che le autorita’ pakistane definiscono le capitali dei trafficanti umani: Gujranwala e Gujrat. Per loro trovare il loro ‘sheikh sahib’ e’ stato un gioco da ragazzi.

Del viaggio che li ha portati in Italia parlano poco. “Madam, Pakistan, Iran, Turkey, Greece, Bulgaria, Italia”. Uno di loro si e’ lasciato scappare di aver visto delle persone – dei suoi compagni di viaggio – morire in Iran. Nulla di piu’. La polizia di frontiera del Baluchistan stima che a Taftan, i posto di confine tra Iran e Pakistan, il numero di persone che attraversano giornalmente la frontiera oscilla tra 500 e 1,000. La maggior parte di loro ha un visto falso o lo fa clandistinamente. Di questi, molti non arriveranno mai a destinazione. Taftan e’ anche il luogo in cui, secondo A., ad alcuni di loro viene chiesto di strappare i documenti. Da li’ in poi, loro non sono nessuno. Non lo saranno mai piu’. A. mi racconta che nella Bajaur Agency i talebani hanno fatto saltare in aria quasi tutti gli uffici governativi, uffici anagrafe compresi. Non ci sono piu’ le pezze che giustificano la loro identita’. Se perdi i documenti, non c’e’ chi te ne rilasci uno nuovo. Le nostre nostre interazioni con lo Stato vengono quotidianamente mediate dalla carta. Come ci spieghera’ L. [emigrante friulana] e’ cio’ che rende visibili la nostra identita’ civiva e, quando si e’ all’estero, rende tangibile l’interesse che lo Stato dimostra nei nostri confronti.

[testimonianza di L.]

Il resto del viaggio che li porta in Italia rimane avvolto nel silenzio della paura. Le parole le ha trovate loro L., mentre mi descriveva il suo viaggio di 24 giorni che l’ha portata in Sud America.

[testimonianza di L.]

Pakistani ed afghani descrivono invece con minuzia di dettagli i motivi che li hanno spinto a partire.

Non e’ il desiderio di un migliore guadagno che li spinge a partire. – puntualizza Gino di Caporiacco, parlando della migrazione friulana del secondo dopoguerra – E’ la disperata volonta’ di sopravvivere che li ributta fuori dal Friuli, a cercare non la ricchezza ed il benessere: semplicemente quel minimo che che consenta loro di vivere. (di Caporiacco, 1967)

E’ la stessa disperata volonta’ che fa assemblare a pakistani ed afghani i loro pochi avere in uno zaino o una borsa di plastica e a partire.

Nel mio distretto, nelle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghanistan – mi racconta uno di loro cui ho chiesto di descrivere la quotidianita’ della sua cittadina – hai solo due opzioni: o lavori per il governo o ti arruoli tra i talebani. Se lavori per il governo sai che ti uccideranno i talebani. Se ti arruoli tra i talebani, ti uccidera’ il governo. La mia famiglia non e’ povera. Apparteniamo alla classe media. Mio fratello e’ avvocato

Da fiero pashtun, sta dicendo a me (e a tutti noi) che lui non ha bisogno della nostra carita’. Non e’ qui per questo.

Quando un talebano bussa alla tua porta di casa, sai che devi quello che ti chiede. Sai che se ti rifiuti di farlo, lui uccidera’ te e tutti i membri della tua famiglia. Mio fratello – gli fa eco un’altro – e’ un insegnante. I talebani gli hanno imposto di chiudere la sua scuola e l’hanno occupata.

Quando ci siamo incontrate, L. ha avuto un’intuizione che a me era sempre sfuggita. Anche noi, in Carnia, abbiamo vissuto – nel recente passato – storie di occupazione. Sappiamo quali sentimenti, quale rabbia e quale dolore si provano quando qualcuno entra con violenza tra le pareti della tua casa e ti fa sentire un ospite. Dovremmo riuscire a cogliere le parole di questi due richiedenti asilo con empatica immediatezza. Con tutti i distinguo del caso – sottolineo, con tutti i distinguo del caso -, gli stranieri che entrarono nelle nostre case battendo i pugni sulle nostre tavole e, alle volte, minacciandoci erano i cosacchi. L. mi raccontava che la sua famiglia fu costretta a liberare l’intera casa e a vivere in una stanza.

[testimonianza di L.]

Alle volte, dalle parti da cui provengono questi ragazzi, la minaccia proviene anche dalle istituzioni che, sulla carta, sono preposte a difenderti. La polizia pakistana ha poteri molto vasti e, a molti livelli, risponde a logiche clientelari. Chiunque nomini la polizia a chi non puo’ godere del supporto di conoscenze influenti all’interno della sua comunita’ di riferimento, si ritrovera’ a fare i conti con sguardi atterriti. Uno di loro, nel centro della regione del Punjab, ha dovuto fare i conti con questa ‘solitudine’ da padrini. Al confine della sua proprieta’, delle compagnie edilizie vicine all’esercito stanno costruendo un mega-progetto abitativo per la ricca borghesia locale. Sono dei pacchiani villaggi all’interno delle citta’ dotati di ogni comfort. I primi progetti sono comparsi a Lahore, Islamabad e Karachi. Ora stanno raggiungendo anche le maggiore citta’ del Punjab. Qualche volta andavo al cinema nell’omologa enclave di Lahore. La ricchezza – sfacciata ed esibita – si respirava nell’aria. Costruttori ed appaltatori appartengono alla crema del Pakistan e ai circoli politici piu’ influenti del paese. Da quello che ho capito, la famiglia di questo ragazzo ha osato resistere all’occupazione illegale di una parte dei terreni di loro proprieta’ e ha pagato. Racconta che la polizia l’ha minacciato. Lui si e’ impaurito ed e’ scappato.

La migrazione – ricorda la Mozione del Clero per lo Sviluppo del Friuli nel 1968 – compromette e dissolve la compagine familiare e costringe le promettenti forze giovanili in numero sempre crescente a cercarsi occupazione fuori dalla propria terra. (Mozione del Clero per lo Sviluppo del Friuli, 1968)

In altre parole, le migrazioni riscrivono le emozioni familiari, obbligano a ritracciare le geografie dei sentimenti e dell’intimita’ domestica. L. si e’ sposata per procura. Ieri, la zia di G. mi faceva l’elenco dei molti socchievini sposati con lo stesso rito. Molti dei pakistani che vedete qui vivono anch’essi dei matrimoni per procura. Sono sposati e hanno dei figli. Mentre mi parlavano, mi facevano vedere dei loro di figli. Uno di loro non li vedeva da 2 anni e non li sentiva da 3 mesi. La sua storia ricorda quella di O., un vostro compaesano che sicuramente conoscete. O. ha  costruito il mondo. L’ha davvero fatto nel senso piu’ letterale del termine. Mentre mi raccontava la sua vita, non credo di essere riuscita a nascondere la mia invidia. Ma non c’era meraviglia orientale o lavoro a regola d’arte che riuscisse a ripagarlo dell’amarezza provata alla necessita’ di esser dovuto partire nel giorno in cui nasceva uno dei suoi figli.

Facebook, quelle immagini di una bellissima bambina sorridente erano i soli mezzi che quel richiedente asilo aveva per assicurarsi che i suoi ricordi non fossero solo sogni. Sostituiscono quelle fotografie in bianco e nero di Prime Comunioni, Cresime e compleanni che molte donne carniche inviavano ai loro mariti in Francia, Germania o in Svizzera. L. mi raccontava cosa significasse ricevere quelle lettere dall’Italia nel lontano Sud America.

[testimonianza di L.]

Nei distretti pakistani ai confini tra Pakistan ed Afghanistan, la posta non arriva quasi mai. Le torri delle compagnie telefoniche spesso vengono fatte saltare in aria dai talebani. Le fotografie di quella bambina vengono caricate dal fratello sul suo profilo quando questo raggiunge la cittadina piu’ vicina. In quel momento, furono soprattutto le sue lacrime a colpirmi. I pashtun sono noti  per la loro affiscinante abilita’ di nascondere la loro tenerezza dietro ad una maschera dura e feroce. Come ben riassume una poesia del santo sufi Amir Hamza Khan Shinwari

Davanti alla mia amata, ho abbassato gli occhi ma non la mia testa. Forse, sono destinato a rimanere un afghano anche quando sono innamorato. (Shinwari, 2000. La traduzione dalla lingua originale e’ mia)

Ho incontrato molti pashtun. Uno di loro e’ una delle persone a me piu’ care. Non l’ho mai visto piangere, neppure davanti alla morte del padre. Davanti a me  – una straniera e una donna – e a degli sconosciuti, ora c’era un afghano di etnia pashtun che piangeva. Abbassava gli occhi ed il capo davanti alla sua incosolabile nostalgia e senso di perdita. Da Socchieve, arrivano per lui parole di speranza:

[testimonianza di L.]

Le storie di molte di loro – soprattutto di coloro che hanno lavorato per l’operazione militare ‘Enduring Freedom’ – ci inchiodano alle nostre responsabilita’:

[testimonianza di A., richiedente asilo afghano]

Le parole, le storie, il loro raccontarle sono parte integrante di ogni processo di integrazione. C’e’ chi si spinge oltre e argomenta che le parole, il discorrere, il come discorrere sono essenziali nell’evitare la radicalizzazione di quelli che il linguaggio burocratico definisce soggetti a rischio. L’ho dovuto imparare in fretta in un mite autunno del 2013. Nel campus in cui insegnavo a Lahore, l’antiterrorismo arresto’ 2 membri di al-Qaeda. Alcuni studenti avevano offerto loro ospitalita’ ed un posto – creduto sicuro – in cui operare. Gli studenti in questione non erano i miei, ma sapevo che avrebbero potuto diventarlo. I miei studenti li avrei incontrati il giorno successivo e sapevo che si sarebbero aspettatti delle risposte. Come se io stessa ne avute, peraltro. Quando il terrorismo e l’islamismo entrano – seppure, come in questo caso, indirettamente – nella tua vita, avverti forte il senso della responsabilita’. E’ una sensazione soffocante. Affini la tua sensibilita. Nel caso di specie, divenni ingorda. Si’, ingorda delle loro storie. Volevo, dovevo sapere tutto. Ero la zia pettegola, insomma. Sapevo – perche’ lo sperimentavo tutti i giorni – che cio’ che spinge persone come noi ad abbracciare l’islamismo si gioca in spazi millimetrici. Soppesavo le loro aspettative e opportunita’. Le valutavo minuziosamente alla luce delle loro storie e delle loro capacita’. Eventuali rifiuti da cio’ che, a volte a ragione e molto spesso a torto, viene definito come l’altro segnavano dei punti a favore di chi vende l’islamismo come una forma di egalitarismo e di maggiori opportunita’ per tutti. Viviamo nell’epoca dell’individualizzazione della violenza terroristica. Non potevo permettermi il lusso di sbagliare.

In Francia, pur essendo casa tua, era come se tu fossi in casa di un altro, ti dicevano caron d’Italie, tu viens manger notrepain e facevi finta di non aver sentito o cambiavi discorso, ma a che prezzo, racconta Bianca in Feminis pal mont. (Feminis pal mont. Storia di donne emigrate, 1990)

Ho ripensato a queste parole un martedi’ pomeriggio mentre scendevo la strada che da Lungis porta a Mediis. Un afghano ed un pakistano mi stavano raccontando del loro complicato rapporto con una persona che incontrano spesso. Mi raccontavano di come, ogni volta che li incontra, li apostrofi pensatamente.

Elisabeth, abbiamo almeno imparato una parola nuova: vaffanculo. Ma non lo dice a tutti. A me che sono bianco non lo dice mai. Lo dice solo alle persone di colore.

In quel momento, ho ripensato a Bianca e ai silenzi di nonno. Mi sono tornati in mente i volti di un paio di persone di colore che conosco. Sono italianissimi, nati in Italia da almeno un genitore italiano. Ho pensato a loro. E ho avuto paura, per loro e per noi. E mi sono posta la domanda che ora giro voi: cosa ho fatto io per non essere una di loro? Per non finire in uno dei viaggi della morte che li portano dall’Asia meridionale alla Carnia?  Nulla. Il caso, la fortuna, Dio, il karma o quello in cui credete mi ha semplicemente fatta nascere altrove.

Socchieve, 24 agosto 2016

Senza titolo

Come ci sente quando uno studente della tua universita’ viene arrestato perche’ sospettato di essere un membro di al-Qaeda? Si avverte – molto forte – il peso del fallimento. Perche’ a fallire sei pure tu. Si’, anch’io.  Anch’io in quanto membro del corpo docente. L’attenuante generica de ‘non era uno mio studente’ non regge la prova dei fatti. Cosi’ come non regge l’alibi de ‘sono appena arrivata’. Ho fallito pure io. Perche’, in questi casi, le responsabilita’ sono sempre collettive.

Ti avro’ pure spiegato la storia del Pakistan secondo dopo secondo, ma non sono riuscita ad insegnarti l’essenziale. Non sono riuscita a farti capire che le nozioni, le date e gli eventi si dimenticano. Rimane  cio’ che l’intreccio di vite e di esperienze di uomini e donne d’altri tempi ha elevato a lezione di vita. Rimane il metodo, il discernimento, quell’abilita’ – quasi elementare e, proprio per questo, cosi’ complessa – di distinguere il bene dal male. Rimane quella necessita’ di non fermarsi alle apparenze, dal non lasciarsi abbagliare della luce calda ma soffocante delle ideologie. Rimane la necessita’ di esercitare il diritto/dovere del dubbio, del discutere e del mettersi in discussione. Perche’ a questo serve la scuola. A questo servono i docenti. Nessuno di noi pensa che vi ricorderete le date di tutti i primi ministri, dei colpi di stato e dei presidenti. Siamo stati studenti pure noi. E noi umanisti abbiamo solo una vaga idea del come si risolve un’equazione di secondo grado. Molto vaga. Io, al test Invalsi di matematica di quest’anno, avrei fatto una magra, magrissima figura. Per dire.

In quanto docenti, siamo tutti dei seminatori di dubbi. Abbiamo l’obbligo, il peso e la responsabilità di darvi gli strumenti per crearvi una vostra visione del mondo, di aiutarvi a pensare. Con la vostra testa, non con quella del vate di turno. Abbiamo l’obbligo, il peso e la responsabilita’ di scardinare alle volte anche le vostre certezze. Perche’  i punti di vista sugli eventi sono infiniti. E voi non potete perdervi il fascino e la bellezza di scoprirne anche solo una minima parte.

(Lahore, Autunno 2013)

Under threat

Under threat. Sotto minaccia. Cosi’ recitano oggi i giornali di mezzo mondo. Commentano la decisione del governo statunitense di evacuare il personale non necessario da Lahore. Dicono che e’ dovuto ad un riacutizzarsi delle ostilita’ con il vicino lungo la linea di controllo. Dicono che e’ la ormai nota minaccia terroristica. In questo momento, io sono a Lahore. Ho appena trascorso l’Eid con l’ennesima famiglia pakistana che ha deciso di adottarmi. E’ il corrispettivo del nostro Natale. Sapevano che sarei rimasta da sola nella mia stanza. Hanno deciso che io ero parte della famiglia. Commuovendomi.

Stamattina, mentre leggevo i giornali e la notizia faceva il giro del mondo, ho guardato fuori dalla finestradella mia camera. C’erano uomini, donne e bambini che si affrettavano a preparare le ultime cose, ospiti che arrivano – scommetto in ritardo! – a tavole imbandite, corriere stracolme che trasportavano ritardatari, adolescenti che si pavoneggiavano con le loro nuovissime shalwar kameez. Ad un certo punto, un carretto del gelato  ha annunciato la sua presenza con una nenia che mi ha ricordato la mia infanzia. Di li’ a poco mi sarei seduta a tavola con persone che conosco appena, ma che – per ragioni riconducibili alla estrema generosita’ di questo popolo – mi hanno fatto sentire meno sola e parte di una famiglia.

Io non lo so cosa voglia dire vivere sotto minaccia. Da quando sono qui, mi sono chiesta spesso quale sia la molla che spinge una persona a farsi e far saltare in aria decine di persone. Al di la’ di ogni studio psico-sociologico, intendo. Tu ti alzi un mattino e decidi della tua ed altrui vita. Perche’? Alle volte, li guardo come se il bicchiere fosse mezzo vuoto e avessi – mi si permetta il francesismo – una fottuta paura di vivere qui. Scruto gli occhi dei passanti nel tentativo di capire dove nasca quella rabbia cosi’ forte ed accecante da non capire che dell’esplosivo non e’ la soluzione ai problemi dell’umanita’. Anzi – e’ notizia di oggi – e’ sinomimo di ulteriore isolamento. Li osservo non osservata. E vedo persone normali. Forse il mio problema e’ che non ho paura di vivere di qui. Mi fido di chi mi sta accanto. Mi sento protetta. Qui mi sento al sicuro. Sto imparando a farmi rispettare. Credo che molto dipenda dal mio tentativo di adeguarmi – quanto piu’ possibile – alle loro regole scritte e non. “Ora sei una vera pakistana, una di noi”, mi ha detto una collega quando mi ha vista con la mia shalwar kameez. Do as Romans do, direbbero i britannici.

Oggi uno dei commensali mi ha confessato che a lui piacerebbe visitare Napoli, ma ha paura. Non e’ un posto sicuro, ha aggiunto. Improvvisamente ha completamente ribaltato l’intera prospettiva e svelato l’arcano. Lui – che stando ai giornali vive nel “paese piu’ pericoloso della terra” – ha paura di andare a Napoli. Il Pakistan per lui e’ casa. Lui qui si sente protetto, al sicuro. C’e’ la sua famiglia, ci sono tutti i suoi affetti. L’Italia e’ terra straniera, ignota. E ha paura.

Io non lo so cosa voglia dire vivere sotto minaccia. Oggi, mentre li osservavo chiacchierare rumorosamente e prendersi cura di me, mi sono sentita ‘a casa’. Mi sono sentita al sicuro. Fuori c’era una Lahore troppo calda per una passeggiata all’aria aperta. Ma era li’ con tutta la sua dirompente quotidianita’, immutabile nella sua bellezza e un po’ incurante delle ultime notizie. In fondo, l’Eid e la vita – quella vera – non potevano attendere.

Detto questo, sto bene. Non c’e’ veramente nulla di cui preoccuparsi. Davvero.

Sono due etti in più. Che faccio? Lascio?

In concomitanza con la celebrazione dello Youm-e-Ali, i servizi di telefonia mobile verranno sospesi in alcune citta’ del Pakistan per diverse ore. Le ragioni di tale decisione sono – ovviamente – da ricondursi alla necessita’ di garantire la massima sicurezza a chi prendera’ parte alle processioni e ai riti religiosi.

Ieri sera qualche tv locale aveva annunciato una sospensione del segnale dalle 7am alle 10pm. Alle 9:54 ora locale, i cellulari funzionano ancora. Mi sono rivolta ai quotidiani pakistani nel tentativo di venire a capo del mistero. Si sa: i ricercatori sono tignosi. Hanno questo strano vizio di volersi creare una loro idea di un evento. E sono – come dire – un po’ confusa. Qui sotto trovate una veloce rassegna della stampa locale:

the dawn

Il Dawn mi informa che il servizio verra’ sospeso in certe aree di Lahore fino alle 6pm. Da quando, non e’ dato sapersi.

newsinternational

Dal canto suo, News International precisa che a Lahore (tutta, a quanto pare) i cellulari non funzioneranno dalle 4am alle 8pm.

express tribune

Express Tribune ricorda che la sospensione del telefonia cellulare coinvolgera’ la fascia oraria 4pm-8pm. Nota bene:  ieri sera, Express News – l’emittente televisiva che appartiene allo stesso gruppo editoriale di Express Tribune –  aveva annunciato una riduzione del servizio dalle 7am alle 10pm.

geotv

   dunya

Geo e Dunya News – due all-news pakistane – paiono allinearsi alle informazioni fornite da News International. Ma – e c’e’ un ma – sono le 10:10am ed il segnale c’e’.

Dite che faccio una media?

L’ineluttabilità e l’innocenza del coraggio quotidiano

Dopo l’attentato a Malala, le scuole sono rimaste chiuse per una settimana. Quando le hanno riaperte, avevo paura per mia figlia. Avevo paura di vederla partire con la sua nuova cartella e non vederla più rientrare. Ma non potevo non mandarla a scuola. A. ha otto anni: deve andarci. Deve imparare. Deve avere gli strumenti per capire ciò che la circonda. Non deve vincere la paura.

(R.)

M.

Vi presento M. M. e’ uno degli studenti del mio dipartimento. E’ stato uno dei primi a fare capolino del mio ufficio. Abbiamo parlato per un’oretta dei suoi progetti, dei suoi sogni e dei suoi interessi. Ha bussato nuovamente alla mia porta un paio di giorni dopo. Da li’ a qualche minuto avrebbe dovuto sostenere il suo esame di ammissione per un corso di MPhil. Ha bussato perche’ ci teneva al mio ‘in bocca al lupo’ e voleva essere rassicurato un po’. Mi ha commosso. Perche’ – di fatto – mi conosceva da pochissimo. Perche’ io, qualche giorno prima, avevo fatto quello che avrebbe fatto chiunque: mi sono seduta e l’ho ascoltato. Eppure deve essergli bastato. Forse era cio’ di cui aveva bisogno. Ora, era li’ davanti a me. Mi spiegava quanto fosse importante per lui l’ammissione a quel corso. Mi raccontava dei festeggiamenti per il suo Master. Era stato il primo della sua famiglia e della sua comunita’ a raggiungere quell’obiettivo. Mentre mi parlava ripercorrevo i titoli dei giornali italiani degli ultimi anni. Ripensavo a quelle statistiche che segnalano un calo delle iscrizioni ai corsi universitari. Rivedevo la sfiducia della generazione dei buoni pasto, del tirocini non retribuiti, del ‘c’e’ la crisi’, delle mail coi curricula che non riceveranno mai risposta e del ‘le faremo sapere’. Generazione che, tra l’altro, e’ la mia.

M. invece era li’, con la sua timida determinazione, a ribadirmi quanto, per lui, per la sua famiglia e la sua comunita’, quel pezzo di carta avesse un valore inestimabile. Io prendevo silenziosamente appunti: ero io quella che stava imparando da lui. Lui non aveva bisogno di consiglio alcuno. M. appartiene ancora ad una generazione a cui la crisi economica non ha rubato i sogni e la consapevolezza del valore dell’istruzione. O, forse, M. appartiene  al futuro. Quello che guarda oltre la crisi economica. Quello che riprende a credere nei suoi sogni e cerca di realizzarli. Nonostante tutto. Nonostante tutti. Quello in cui l’educazione ed il lavoro riprendono il valore che gli spetta.

Oggi sono stati pubblicati i risultati della prova scritta. A dispetto dei suoi timori riguardo al test di logica-matematica, M. e’ stato ammesso alla prova orale. Ha ottenuto il quarto punteggio piu’ alto. Non ditelo a nessuno, ma io faccio il tifo per lui.

Il valore delle parole

Doha, Aeroporto. 19:50. Siamo tutti in fila in attesa dell’imbarco. “Scusa”, mi dice una bambina che mi ha appena pestato involontariamente un piede. Si chiama R. R. sta tornando in Pakistan per le vacanze estive. I suoi genitori la raggiungeranno a breve. “Parlo italiano, ma non sono italiana”, mi confessa. Mi sono chiesta cosa avessi io in piu’ rispetto a R. Sono nata in Italia. Parlo italiano. I miei genitori pagano regolarmente le tasse. Anche R. e’ nata in Italia. Parla italiano. Ed un buffissimo urdu misto a italiano. I suoi genitori hanno pagato e continuano regolarmente a pagare le tasse. Hanno pagato pure la mia istruzione. Pagano la pensione al babbo e lo stipendio alla sig.ra M. Si’, e’ vero, il babbo e la sig.ra M. sono italiani. Sono nata da genitori italiani. Per puro caso, ci terrei a precisare.

Lahore. 03:00. Attraverso nella notte  vie  che lentamente ricomincio a far mie. Penso che no, non si puo’ aver paura di vivere qui. Davanti a me persone, edifici e suoni mettono in scena l’affascinante e coinvolgente spettacolo della vita quotidiana. E io non posso ignorarlo. Perche’ e’ li’ davanti ai miei occhi. E chiuderli sarebbe un atto di vigliaccheria. Giovanni Falcone confesso’ a Marcelle Padovani che la cosa piu’ importante non era stabilire se uno avesse paura o meno. Era necessario imparare a convivere con la sua presenza senza lasciarsi condizionare da essa. Ho ripensato a quelle parole appena scesa dall’aereo, mentre il caldo mi toglieva il respiro senza pero’ privarmi di respirare nuovamente a pieni polmoni l’odore delle notti pakistane.

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In questo momento, vi scrivo direttamente dal mio ufficio. Mi fa un certo qual effetto dirlo. Ho un ufficio. Enorme, tra l’altro. Non credo neppure di meritarlo. Nel giro di una mezzora, si e’ popolato di una dozzina di persone che, in rapida successione, hanno installato una stampante, pulito rapidamente il tutto, assicurato che funzionasse la connessione internet e dotato il bagno di carta igienica (E vi assicuro che la carta igienica e’ stata un’aggiunta per cui ho ringraziato tutti i Santi del calendario. Uno ad uno). Tutto questo mentre – invano – tentavo di spiegare che non me ne frega nulla che mi chiamino Madam. Sono Liz. “Ok, Madam”, mi hanno risposto in coro. E’ una battaglia persa, me lo sento. Credo, inoltre, di essermi guadagnata quel 70% di caratteristiche che mi portera’ ad essere classificata come “assai strana”. Tengo la porta dell’ufficio aperta. Che’ mi mette l’ansia rimanere chiusa in una stanza senza vedere nessuno. Che’ – tutto sommato – sono qui per stare con loro. Cammino. Mi sposto a piedi per venire in ufficio. Sono 10 minuti. Ma, Madam, c’e’ l’autista. E vabbe’, nessuno e’ mai morto mentre si faceva i 10 minuti del tragitto casa-ufficio a piedi. Eppoi, incontro persone. Le osservo. Osservo non osservata quello che fanno. In macchina, non ne avrei il tempo.

Oggi mi sono seduta per la prima dall’altra parte della scrivania. E mi e’ presa un po’ l’ansia. L’ho fatto a poche ore dal discorso di Malala Yousafzai alle Nazione Unite. L’ho fatto nella sua terra. “Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”, ha affermato. Lei, una piccola grande bambina di 16 anni, mi ha messa davanti alle mie responsabilita’. E l’ansia si e’ trasformata in paura di non essere all’altezza.

Di cammelli e matrimoni

Pezzi di conversazioni pre-partenza e post-grattacapi:

 Grazie mille. Grazie di tutto.

E di cosa? Sono felice di esserti stato d’aiuto. E’ bello aiutare gli altri. Ed e’ un mio dovere morale in quanto tu sei un’ospite.

No, non erano parole di circostanza. E, diversamente da quanto sostiene la mia mamma, non ci sono neppure segretissime trattative in corso per accasarmi tramite lo scambio favori-matrimonio-numeri di cammelli.

Aperta parentesi. Si’, la signora M. ha un incubo ricorrente: un matrimonio combinato a sua insaputa. E il problema, si badi bene, non e’ il matrimonio in se’. Il problema e’ che LEI verrebbe esclusa dalle trattative. Trattative che, stando alle recenti quotazioni del mercato pakistano, potrebbero pure rivelarsi parecchio fruttuose. Qualche giorno fa, Mumtaz Qureshi, che del combinare matrimoni ne ha fatto un mestiere, ha solennemente dichiarato ad un giornale locale: la gori larki  (lett., ragazza dalla pelle chiara. Viene spesso utilizzato nel suo significato esteso per indicare le straniere) e’ parecchio richiesta. Ne deduco che la signora M. – per contro, una fine economista – non abbia tutti torti a voler prender parte alle negoziazioni. Chiusa parentesi.

Dicevamo: in quelle parole non c’e’ retorica. E’ il senso dell’ospitalita’ pakistano, il rispetto – ai limiti dell’imbarazzante venerazione –  per l’ospite, la loro gioia nell’essergli d’aiuto. Lo dico da sempre: sono prodotti da esportare.

E  poi, a pensarci bene, che se ne farebbero i miei dei cammelli a Nord del Nord-Est? Sempre a pensarci bene, spiace annunciare alla signora M. che in Pakistan nessuno scambia cammelli con mogli. Che, in materia di matrimoni, io sia un caso disperato lo sa gia’.

Operazione Ma Poi Torno (MPT)

Nel segreto dell’anonimato, nelle buie e feroci infinite vie del world wide web, il “nemico” – l’inquilino della scala I come India –  mi ascolta gia’. L’ansia.

Il nemico ti ascolta

Si accettano suggerimenti per trovare piu’ appropriati e fantasiosi nomi a questa segretissima missione.

Ma poi torno

422126_10151570900139663_1864478316_nCi pensavo qualche giorno fa al mio ritorno a Londra. Percorrevo strade e incontravo volti ormai familiari ai quali non sentivo piu’ di appartenere. Era il momento di rifare la valigia. No, non ero stufa di Londra perche’- come dice il titolo di un libro piuttosto famoso – ero stufa della vita. Londra mi aveva semplicemente dato tutto quello che mi poteva dare. Lei, multiculturale e, al tempo stesso, priva di una vera e propria identita’, aveva esaurito la sua funzione nell’eterna sfida tra luoghi e ricerca del se’. Aveva forgiato e mi aveva costretto a trovare la mia identita’ ed i miei spazi tra mille peripezie in un complicato rapporto di amore e odio. Ora, con il suo inconsueto sole primaverile, mi stava dicendo che era giunto il momento di sfilare la mia mano dalla sua e di camminare sulle mie gambe. Poco prima, all’aeroporto di Venezia, avevo visto il mio passato, il mio presente ed il mio futuro incontrarsi casualmente in una manciata di metri quadrati. Davanti a me c’era il gate d’imbarco del mio volo per Londra. Lo incorniciavano sulla destra i cartelli di indicazione della Fly Emirates. La Fly Emirates: la compagnia che, molto probabilmente, prendero’  nuovamente da qui a qualche settimana. Avevo pubblicato quell’immagine sul mio profilo Facebook e ricevuto un paio di like. Dubito che chi ha apprezzato quella fotografia – postata in maniera un po’ criptica – abbia realmente capito cosa intendevo.

Torno a Lahore. Si’, quella Lahore. Torno per qualche mese. Ho accettato un posto temporaneo da ricercatrice in una prestigiosa universita’ locale. Mi e’ mancata. Alle volte mi e’ mancata fino a star male. Si dice che Lahore non ti lasci mai. Che, una volta visitata, te la porterai dentro per sempre. Lahore Lahore hai. Lahore e’ Lahore. E’ vero. Lahore ti rincorre ovunque fino a possederti. Ti rincorrono i suoi abitanti con quel loro curioso aggrapparsi a questa schiva occidentale dai capelli ricci sempre spettinati. Con quello sguardo cosi’ profondo da rendere il tuo un campionario di superficialita’. Ti rincorrono i suoi tramonti che cerchi invano in altri tramonti. Non ti lasciano quelle vie polverose in cui la fortuna di esser nata altrove ti viene costantemente sbattuta in faccia. Quelle strade in cui storia e  modernita’, poverta’ e ricchezza si cercano e si scontrano quotidianamente. Lahore ti prende il cuore e te lo stritola. Lahore ti costringe a tornare.

Torno a Lahore e mi commuove sapere che mi stanno gia’ aspettando. Che, come dicono loro, mi hanno aspettato sin dal giorno in cui me ne sono andata in una notte del Dicembre del 2010 mentre la nebbia avvolgeva la citta’ e risucchiava dolcemente i “chissa’ quando ci rivedremo”.

Torno a Oriente. C’e’ il sole che nasce la’. Vado a Oriente. Ma poi torno. Nel frattempo, se lo vorrete, ci incontreremo qui.

E mi raccomando: ogni volta che incontrate la mia mamma ricordartele il teorema di Davidone. Non ho ancora visto Bruce Springsteen dal vivo: non puo’ succedermi nulla.